A dicembre 2022, mentre la crisi che si sarebbe scatenata quasi un anno dopo era ancora inimmaginabile, nasceva un progetto di cooperazione internazionale che intendeva costruire, attraverso la microfinanza, lo sviluppo delle aziende agricole nei territori rurali palestinesi: Ibtkar.
Ibtkar: costruire innovazione nei contesti rurali
Ibtkar in arabo vuol dire “innovazione” ed è quello che il partenariato palestinese e italiano si sono posti come obiettivo. Costruire impatti positivi per le imprese e gli attori economici delle aree rurali attraverso un approccio innovativo, che sia di supporto e stimolo alla microfinanza. Le attività del progetto sono realizzate con un finanziamento dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
L’ente capofila, Oxfam Italia, lavora con i partner italiani Cospe, provincia autonoma di Bolzano e Banca Etica, e con due istituti di microfinanza in Palestina: ACAD Finance e Reef Finance. La ong ACAD (collegata all’istituto di microfinanza) si occupa di accompagnamento tecnico e formazione in loco; Oxfam Novib invece cura lo sviluppo delle attività, in particolare quelle relative alla creazione del fondo di investimento a impatto sociale e del fondo di garanzia, nonché quelle legate all’advocacy.
Una grande dimostrazione di resilienza da parte delle realtà palestinesi
Il progetto è iniziato a dicembre 2022 e si prevedeva durasse 36 mesi. Quanto accaduto a partire dall’8 ottobre 2023 ha imposto una revisione dei tempi e delle modalità di realizzazione delle attività. «È importante che l’intero partenariato abbia deciso unanimemente di riadattare al mutato contesto quanto pianificato», ha commentato Filippo Vettorato, che per Banca Etica lo segue. «Avremmo potuto prendere decisioni più drastiche per cause di forza maggiore, perché è molto complesso portare avanti progetti di sviluppo in un contesto di crisi acuta, ma abbiamo preferito insistere e pensare a modalità alternative per realizzarlo comunque. Da parte dei partner locali c’è stata una grande dimostrazione di resilienza».
Gli interlocutori principali di Ibtkar sono le microimprese rurali palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania. In entrambi i contesti, per evidenti ragioni, è difficile agire. L’idea di produrre impatti produttivi ed economici positivi in contesti sconvolti dalla guerra e dall’occupazione può sembrare complicata da attuare, ma Vettorato spiega che le attività e il modo di realizzarle sono state adattate per mantenere invariati gli obiettivi e rafforzare proprio la resilienza sociale, economica e ambientale.
La componente innovativa è il supporto alla microfinanza
«Anche nella sua formulazione originale, l’approccio innovativo di questo progetto sta nell’affiancare all’accompagnamento tecnico e alla formazione una componente di microfinanza», ha raccontato. Così, agisce a livello macro sul piano dell’advocacy e delle attività di lobby sul diritto alle risorse produttive, e su livelli micro e specifici. «Abbiamo sviluppato una facility finanziaria: sei prodotti innovativi che hanno l’obiettivo di migliorare l’offerta di ACAD e Reef. Vogliamo dare impulso alla microfinanza in Palestina».
Alcuni dei prodotti, spiega Vettorato, erano già previsti dall’offerta dei due istituti, ma Ibtkar ha introdotto elementi innovativi e un fondo di garanzia per favorire l’offerta di crediti alle imprese agricole, con priorità a donne e giovani, e una serie di altri prodotti che prevedono investimenti in capitali di rischio a favore delle imprese che operano in contesti rurali. Oltre a questi, viene rafforzata la componente del credito.
Gli impatti della guerra sul settore agricolo
Nel 2021 l’agricoltura costituiva il 10% del Pil di Gaza e i suoi prodotti erano più del 45% delle esportazioni complessive. Il danno all’economia portato dalla devastazione del settore dovuta alla guerra a metà 2024 era di 629 milioni di dollari. Secondo di dati rilasciati dalle Nazioni Unite, a febbraio 2024 era già stato danneggiato circa il 43% delle terre coltivate, con la contaminazione dei suoli e delle acque sotterranee, rese tossiche dalla situazione ambientale in superficie, dagli ordigni inesplosi, da quelli esplosi, dalle macerie, in particolare quelle della distruzione degli impianti di trattamento delle acque reflue e di gestione dei rifiuti.
Il tutto, in un’area resa fertile da un terreno particolarmente poroso, da sempre caratterizzato da una particolare capacità di assorbire nutrimento e, per questo, non protetto dal percolato dei detriti: una massa di rifiuti del volume superiore a 11 piramidi di Cheope contenente amianto, metalli pesanti, contaminanti legati agli incendi, ordigni inesplosi, sostanze chimiche, rifiuti industriali e ospedalieri, e corpi umani in decomposizione.
Resta il settore più resiliente
Nonostante il settore agricolo sia stato messo alla prova, e con esso anche l’attaccamento culturale che la cultura palestinese ha per la propria terra, per i propri ulivi, Vettorato sottolinea che si è dimostrato in ogni caso più resiliente di altri settori economici. Il commercio è stato colpito in maniera violenta: il trasporto delle merci è stato bloccato, moltissime persone hanno perso il lavoro. «Nonostante anche in Cisgiordania si siano intensificati gli atti ostili verso i residenti palestinesi rispetto al legittimo uso della loro terra – ha raccontato – in tanti hanno deciso di riconvertirsi subito all’agricoltura, dove possibile. È una forma di resistenza all’impossibilità di operare negli altri settori economici». Anche in questi mesi difficili, ha spiegato, sono stati evidenti gli impatti positivi sulla piccola economia del progetto.
«Non si tratta, per evidenti ragioni, di una soluzione esaustiva o a lungo termine per il territorio, ma è una risposta resiliente a impatti che sono stati profondissimi, distruttivi». La microfinanza è uno dei settori più colpiti: sono stati bloccati o resi complicati tutti i flussi finanziari che transitano attraverso le banche commerciali. Così è diventato impossibile far circolare denaro, pagare gli stipendi (sia pubblici sia privati) e gran parte dei crediti che gli istituti di microfinanza gestivano a Gaza sono diventati inesigibili. Chi ne ha beneficiato è morto o, in ogni caso, non è nelle condizioni di restituirli. Lo stesso è accaduto per molti prestatari in Cisgiordania: le continue violenze e ostilità li hanno resi incapaci di rimborsare i debiti. Gli istituti di microfinanza si sono indeboliti: non hanno più flussi finanziari in entrata, non possono fare prestiti per sostenere le imprese locali.
Un’economia di resilienza
«Stiamo vedendo un’economia di resilienza. Le comunità rispondono a quello che è accaduto ma l’obiettivo al momento è la sopravvivenza». E ognuno sta operando in quella direzione. Lo scorso 20 febbraio è stato firmato un prestito di un milione e mezzo di dollari da parte del PEF, Palestinian Employment Fund, finanziato dalla cooperazione bilaterale italiana. Quei fondi serviranno a ridare liquidità agli istituti di microfinanza perché possano continuare a operare.
Piccoli segnali di tentativi di ripresa, in un contesto in cui i grandi attori globali faticano a riportare normalità. Mentre la ricostruzione sembra una meta lontana, ostacolata da questo o quel programma ambizioso e predatorio da parte di altre super potenze, è significativo che il mondo della cooperazione da un lato, e tanti piccoli attori locali dall’altro, siano impegnati ogni giorno a costruire un pezzetto di un altro epilogo possibile per la Palestina.
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