Nel cuore della manifattura italiana si agita una tempesta perfetta. A dirlo sono i numeri dell’ultimo Rapporto Istat sulle imprese: meno 60mila aziende in 15 anni, 320mila posti di lavoro persi nel settore, un saldo negativo che non si ferma, nonostante l’apparente tenuta dell’occupazione nazionale. Ma dietro a queste cifre c’è di più: un sistema imprenditoriale maturo, spesso solitario, che fatica a rigenerarsi.
È quanto emerso il primo aprile nel confronto online in diretta sui canali di Imprese e Territorio tra due osservatori: Giulio Buciuni, professore associato al Trinity College di Dublino e autore del libro “Innovatori outsider. Nuovi modelli imprenditoriali per il capitalismo italiano”, e Antonio Belloni, coordinatore del Centro Studi Imprese Territorio e autore dello studio “Le parole del 2025. Chi entra, chi resta e chi esce dal vocabolario d’impresa”. Tra analisi e proposte concrete, l’incontro ha tracciato i contorni di una sfida decisiva per il futuro industriale del Paese.
UN SISTEMA SOTTO PRESSIONE
Per Giulio Buciuni, la crisi attuale non è solo congiunturale: «Siamo davanti alla convergenza di due forze negative: da un lato le difficoltà globali, dalla guerra in Ucraina alla tensione sui mercati, dall’altro problemi strutturali mai risolti nelle Pmi italiane». Tra questi, l’incapacità di attrarre giovani, lo scarso investimento in personale qualificato e la cronica mancanza di capitali destinati a ricerca e sviluppo.
«Abbiamo creduto che bastasse dire agli artigiani di aprire un account su Etsy per diventare digitali», ironizza Buciuni. Ma la realtà è più complessa:«L’artigiano sa fare alcune cose, e non altre, come tutti. Serve una visione sistemica che consenta alle micro imprese di connettersi con fonti esterne di innovazione».
L’ILLUSIONE DELLA DENSITÀ INDUSTRIALE
Antonio Belloni ha portato quindi il caso simbolico della meccanica lombarda. «In Lombardia, c’è una tornitura ogni cinque chilometri quadrati: sono aziende simili, con clienti simili, conti correnti simili, problemi simili, nomi simili. E tutte soffrono».
Il modello della densità produttiva, un tempo forza del sistema industriale italiano, oggi appare un limite. Le imprese sono troppo simili tra loro, non differenziano l’offerta e non innovano nei modelli di business. «Oggi molte aziende vivono in una perenne difficoltà economica: margini risicati, scarsa capitalizzazione, dipendenza da commesse esterne», osserva Belloni.
IMPRESE PLUG-IN: UN MODELLO POSSIBILE
Buciuni ha proposto un’alternativa: quella delle imprese plug-in, nuove realtà tecnologiche che si inseriscono in filiere mature portando conoscenze, tecnologie e modelli innovativi. «Non servono solo start-up dirompenti, ma realtà che dialoghino con l’industria tradizionale. Sono queste a poter rigenerare la competitività diffusa».
Per l’autore di “Innovatori outsider”, il futuro delle Pmi italiane passa da un’ibridazione tra competenze consolidate e innovazioni esterne: «Non tutte le micro imprese possono diventare digitali, ma possono aprirsi a chi lo è già. È un tema di accesso, non di auto-produzione dell’innovazione».
CAPITALE PRIVATO E CULTURA IMPRENDITORIALE
Il risparmio privato italiano, secondo i relatori, potrebbe essere una risorsa cruciale. «La Germania ci invidia i nostri risparmi – osserva Belloni – ma da noi finiscono in immobili, non in innovazione». Le famiglie imprenditoriali italiane restano spesso ancorate a un modello statico, dove l’impresa è proprietà da tramandare, non piattaforma per nuovi investimenti.
Buciuni aggiunge: «Quanti family office investono davvero in nuove attività industriali? Il problema non è solo culturale, ma anche di offerta: non ci sono abbastanza start-up con continuità industriale da attrarre questi capitali».
RIPENSARE IL RUOLO DELLA FILIERA
Un altro nodo critico riguarda l’identità stessa di chi fa impresa. «In Italia – sottolinea Buciuni – manca la figura dell’imprenditore seriale. Abbiamo padri fondatori ormai ultrasettantenni, ma pochi innovatori capaci di creare e far crescere più aziende». La sfida è allora duplice: da un lato sostenere l’innovazione industriale, dall’altro promuovere una nuova cultura dell’investimento e della collaborazione.
Un esempio interessante, citato nel dibattito, è quello di Alberto Forchielli, oggi consulente internazionale, che in Emilia-Romagna ha avviato un polo della ceramica investendo capitali privati in imprese locali. «È un modello replicabile – osserva Belloni – perché valorizza risorse esistenti e crea sinergie territoriali».
UN’URGENZA CHE PUÒ DIVENTARE OCCASIONE
La manifattura italiana è in affanno, quindi, ma non irrimediabilmente perduta. Occorre riconoscere i limiti strutturali, superare le narrazioni rassicuranti e costruire nuove alleanze tra vecchio e nuovo, tra risorse locali e competenze globali.
Serve, in definitiva, una politica industriale che non sia calata dall’alto, ma costruita attorno ai bisogni reali delle imprese. Perché, come ha ricordato Buciuni, «la piccola impresa non è solo economia, ma anche democrazia: un modello policentrico e diffuso che dà forza ai territori. Per salvarlo, dobbiamo aggiornarlo».
NUOVE ALLEANZE E UNA NARRAZIONE DIVERSA
Un segnale interessante, secondo Belloni, è che anche in territori storicamente chiusi alla collaborazione – come Lombardia, Veneto ed Emilia – «alcune imprese iniziano a chiedersi se non sia il momento di mettersi insieme». Una novità che può segnare un cambio di mentalità importante. Ma non basta. «Il modello del self-made man ha fatto il suo tempo – afferma Buciuni – oggi si vince facendo squadra con fonti di conoscenza complementari. Serve una governance meno familistica, più aperta a collaborazioni, deleghe e talenti esterni».
La questione centrale resta quella del capitale umano. «Molte piccole aziende non sono pronte a riceverlo – denuncia Buciuni – e i giovani preferiscono l’estero perché là trovano riconoscimento, welfare, carriera». Il nodo è anche salariale: «Come si può attrarre un giovane ingegnere con un RAL di 25mila euro?» si chiede retoricamente Belloni. «Il risultato è che le aziende si accontentano, ma chi si accontenta non ha l’eccellenza», commenta Sara Bartolini.
BREVETTI, FIDUCIA E TRASPARENZA
Le difficoltà nell’attrarre talenti si legano a una cultura imprenditoriale ancora chiusa. «Molte aziende italiane hanno il terrore di mostrare cosa fanno – racconta Belloni – c’è ancora l’idea che parlare di sé sia un rischio». Ma senza trasparenza e senza brevetti, la conoscenza resta tacita e non trasferibile. «E poi quando il titolare va in pensione, senza trasmissione formale della conoscenza si perde un patrimonio enorme», avverte Buciuni.
Un altro dramma riguarda i giovani. «Non è solo una questione demografica – spiega Belloni – ma anche economica. Gli espatriati under 35 nel 2024 sono aumentati del 4,5%. Vanno dove trovano più responsabilità, stipendi e futuro». L’Italia rischia così di avere sì piena occupazione, «ma in lavori a basso valore aggiunto e con salari stagnanti da trent’anni», aggiunge.
UN MODELLO CULTURALE DA RIFORMARE
Il nodo finale torna alla cultura d’impresa. «Non voglio celebrare il modello anglosassone – chiarisce Buciuni – ma lì chi fa impresa è spinto dalla tensione alla crescita. Qui troppo spesso si investe nel mattone, non nell’impresa». Belloni è d’accordo: «Dai il 5% della tua azienda al tuo direttore vendite. Lo fidelizzi, lo responsabilizzi. Ma queste sono pratiche ancora viste con sospetto».
Il tema, per entrambi, non è tecnico, ma valoriale: «Fare impresa è un atto sociale, non solo privato. Un’impresa è parte di un territorio, e deve viverlo come tale». Dal confronto emerge quindi un messaggio chiaro: senza un profondo rinnovamento culturale, ogni intervento resterà parziale. E non bastano le policy né i bonus: serve un nuovo spirito imprenditoriale, radicato nei territori ma con lo sguardo rivolto al futuro. Perché, come ha ricordato Buciuni, «l’economia è una scienza sociale, e il modo in cui facciamo impresa racconta molto di chi siamo come Paese». Elisa Marasca
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